Nitti, il profeta dimenticato

Una vita spesa in lotte generose per la redenzione del Mezzogiorno e la modernizzazione dell’Italia. Con un mix tra intervento statale e logica imprenditoriale che anticipa il New Deal roosveltiano. Un saggio di Giovanni Vetritto su Francesco Saverio Nitti, liberaldemocratico radicale e battagliero, ci aiuta a recuperare il ricordo di una figura culturale e politica ingiustamente dimenticata ma ancora attuale.

di Pierfranco Pellizzetti 

«Si nasce con un destino, e il mio non fu
lieto; fui sempre condannato a lottare,
mai ho avuto il riposo e la pace. E perciò

che qualcosa della mia aspra natura
rimane in me
»[1].
Francesco Saverio Nitti

«Il pensiero più maturo in questo momento
storico fu quello di Nitti, che tuttavia mancò
di tatto e di elasticità diplomatica per far

prevalere nel momento opportuno le formule
chiarificatrici… Nitti è liberale in quanto non

vede soluzioni possibili fuori di una politica di
emigrazione e di pace. La sua democrazia di

compromesso, il suo collaborazionismo avevano
il merito di realizzare le premesse unitarie non

ancora compiute
»[2].
Piero Gobetti

Giovanni Vetritto è un alto dirigente della Pubblica Amministrazione, nato in una famiglia di Commis d’État;oltre che un gentiluomo meridionale. Proprio per la particolare biografia, il suo è un profilo di liberale consapevole del ruolo di regia e regolazione cui è chiamato lo Stato nella complessità (post)moderna; dunque impermeabile alle fisime ideologiche tendenti al fondamentalistico della vague NeoLib che ha imperversato nei lunghi decenni thatcheriani/reaganiani (ma anche dell’opportunismo terzaviario della Sinistra), ora finita nella risacca. Si potrebbe dire “un liberale critico e di sinistra”; intimamente simpatizzante per ilgentleman John Maynard Keynes; per nulla sedotto dagli ideologismi mercatistici del parvenu Hayek.

Con Vetritto ho scritto anni fa un libro a quattro mani sul deficit di capacità organizzative e gestionali che affligge l’Italia, quale chiave di lettura di croniche inadeguatezze [3]. Nella divisione dei compiti che avevamo pattuito, sulla base delle reciproche competenze, a me spettava affrontare il côté privatistico, a lui quello pubblico. Ci scambiavamo così i rispettivi testi, sicché ricordo di avere notato già da allora una particolare attenzione del mio coéquipier per un personaggio che all’epoca mi diceva poco e niente: Francesco Saverio Nitti (Melfi 1868 – Roma 1953). Quello che avevo sempre considerato uno dei tanti busti al Pincio dell’Italia pre-fascista, emergeva dalle bozze come una sorta di eroe: “l’eroe di Giovanni”, con un qualche (forse inconsapevole) tratto di identificazione.

Tra le tante prove citate a conferma della sua eccezionalità nel panorama del tempo, spicca la ferma opposizione alla regalia giolittiana – sotto forma di statalizzazione delle ferrovie – ai capitalisti privati ansiosi di liquidizzare l’investimento fatto nel settore; mentre, da «liberale lungimirante, polemicamente avvertiva che la nazionalizzazione necessaria era ormai quella dell’energia elettrica».[4]

Ora Vetritto dedica al suo eroe un compendioso profilo; scritto per conto – appunto – della Fondazione Nitti di Melfi, della quale è segretario scientifico. Un’occasione per recuperare il ricordo di una vicenda culturale e politica ingiustamente dimenticata; una vita spesa in lotte generose per la redenzione del Mezzogiorno e la modernizzazione dell’Italia, per la riforma della macchina amministrativa statuale e – al tempo stesso – per il radicamento di una vocazione industriale inceppata da vincoli strutturali, in primo luogo il deficit energetico. In una sintesi culturale a dir poco sorprendente tra impostazioni antagonistiche, che – ancora nelle polemiche degli scorsi anni (non ancora funestati dai crolli bancari e dal discredito della finanza di rapina) – si sarebbero chiamate statalistica e liberistica.

Difatti, in anticipo di almeno due decenni rispetto al New Deal roosveltiano e allesintesi keynesiane, il Nostro ipotizza un mix tra intervento statale e logica imprenditoriale quale volano per attivare sviluppo nelle zone e nei contesti affetti da depressione economica e sociale. Tesi messe alla prova già nel 1900 con l’istituzione dell’Ente Volturno e poi – dodici anni dopo – con la creazione dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA): l’idea di organismi amministrativi autonomi ed economicamente autosufficienti i quali – sulla scia del Monopolio Tabacchi (Ente a cui Vetritto ha già rivolto le sue attenzioni di studioso nel 2005) – si autofinanziavano sul mercato e offrivano servizi sociali senza gravare la popolazione di ulteriori balzelli fiscali.

Per fare questo occorreva allevare una generazione di nuovi funzionari pubblici di taglio eminentemente manageriale: nulla a che fare col vieto e patetico modello del Monsü Travet, sottopagato e declassato ma anche deresponsabilizzato, che costituiva il paradigma dominante nella piemontesizzazione post-Unitaria della macchina amministrativa. L’idea innovativa è quella di creare task-force in grado di assumere iniziative rapide e puntuali, senza i condizionamenti di una torpida ed elefantiaca macchina burocratica, interessata soltanto all’immortale filosofia delquieta non movere. Al contrario, seppure non esplicitato, fa capolino un principio che diventerà linea guida del re-inventing government solo alla fine del XX secolo: la priorità assegnata al problem solving (al raggiungimento dei risultatirispetto alla cultura degli adempimenti (l’immobilistica prevalenza delle regole formalistiche, nella totale indifferenza al raggiungimento o meno dei risultati attesi).

Sicché il Nitti-ministro seleziona personaggi di taglio totalmente diverso, valorizzandoli negli organigrammi pubblici; e che – per una coincidenza del destino – diventeranno gli “ambasciatori del nittismo” proprio nel nascente regime fascista, contribuendo a inserire l’Italia, seppure all’interno di un contesto totalitario, in quella rivoluzionaria adozione di criteri programmatori e interventistici pubblici che John Maynard Keynes indicava come la nuova frontiera delle democrazie occidentali: «le forze che ci stimolano a pensare alla pianificazione provengono da due fonti diverse… Il piano quinquennale russo ha assalito e catturato l’immaginazione del mondo… E vi è una seconda forza che proviene dall’esempio: il Fascismo italiano che, nell’affrontare lo stesso problema con una mentalità opposta, sembra aver salvato l’Italia dal caos e stabilito un ragionevole livello di prosperità materiale in un paese povero e sovrappopolato»[5].

Il più chiaro prodotto della “rivoluzione antropologica” nittiana è quell’Alberto Beneduce cui Mussolini affiderà il salvataggio della Grande Industria nazionale, incapace di affrontare la riconversione post-bellica, attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Ma l’identico taglio è riconoscibile in tutto il riformismo amministrativo dell’epoca; non solo in ambito economico (all’IRI si affianca l’Istituto Mobiliare Italiano, IMI), ma anche nella sfera previdenziale (Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, INPS; Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro, INAIL; Opera Nazionale Maternità e Infanzia, ONMI).

Una struttura che sopravviverà alla caduta del Regime, costituendo il tratto significativo del “caso italiano” del dopoguerra: quell’economia mista che farà da cornice al Miracolo Economico e che nel 1953 fornirà a Enrico Mattei il modello di riferimento per far nascere l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI); nel 1962 guiderà l’istituzione dell’ENEL. Difatti l’idea che sovrintende la politica di nazionalizzazione dell’energia elettrica è – ancora una volta – riconducibile alle pionieristiche battaglie di Francesco Nitti. Questo strano tipo di profeta, che mentre si avventura nelle visioni del futuro si porta appresso le zavorre del mondo antico da cui proviene. E che il profilo tracciato da Giovanni Vetritto non nasconde: un personaggio umorale e non di rado sprezzante, un bastian contrario non si sa bene se per arroganza intellettuale o partito preso. Per protagonismo. Difatti – di volta in volta – Nitti polemizzerà proprio con gli interlocutori che sarebbero naturalmente della sua parte, ma che potrebbero ingombrare la scena dell’intellettuale lucano: Salvemini, De Viti De Marco e Rosselli, La Malfa e Dorso.

Dunque, un one-man-show, il cui eclettismo scade talvolta nel nomadismo politico più insensato e autolesionistico: l’uomo che cooperò al fallimento del governo di Ferruccio Parri (e ai successivi insuccessi del Partito d’Azione, che lo condannarono alla scomparsa), è lo stesso che nel 1952, in un’Italia ormai dominata dalla Democrazia Cristiana, capeggia il blocco socialcomunista alle elezioni amministrative di Roma.

Insomma, quello che viene raccontato è lo strano connubio in un forte carattere di antico e moderno, di radicalismo orientato a politiche social-popolari ma che debbono essere guidate verticisticamente dalle élite illuminate; nella totale incomprensione del notabile, imprigionato nel sistema relazionale interpersonale e selettivo del parlamentarismo di vertice, nei riguardi della forma-partito di massa che andava imponendosi. La stessa miscela di antico e moderno nel concepire la modernizzazione del Mezzogiorno attraverso l’industrializzazione in una visione schematica e – tutto sommato – provinciale, che concepisce di promuovere solo i “settori di base”, a prescindere dalla loro metabolizzabilità da parte delle culture e degli ambienti in cui andavano a essere calati, ovviamente “dall’alto”.

Quell’errore di prospettiva che condurrà i Pasquale Saraceno a progettare la redenzione del Sud attraverso la siderurgia, i cui fallimenti si tradussero in quelle “cattedrali del deserto” che offrirono fior di argomenti ai denigratori preconcetti del ruolo propulsivo dello Stato in economia; poi daranno la stura a quelle operazioni di svendita le cui malefatte ben sono visibili nelle recenti ed inqualificabili vicende dell’Ilva di Taranto.

Ma non di questo sarebbe giusto fare carico Nitti. Che resta l’esempio di un liberaldemocratico radicale battagliero e generoso. Uno di quegli “antitaliani” condannati a una vita di straniero in patria; personalità divise anche perché intimamente “arcitaliani”. Comunque un uomo di frontiera, che pose problemi e cercò di risolverli con tutte le sue forze. Sicché appare condivisibile il bilancio che ne stila Vetritto: «nell’Italia entrata con difficoltà nell’Europa, e che ha tuttora il serio problema di far suoi gli strumenti per restarci, la figura di Nitti incarna gran parte di ciò che resta da fare; nelle sue opere possiamo trovare tesori di entusiasmo e saggezza da portare con noi».

Giovanni Vetritto, Francesco Saverio Nitti, un profilo, Rubbettino, Soneria Mannelli 2013

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/nitti-il-profeta-dimenticato/

NOTE

[1] F. S. Nitti, Discorsi parlamentari, vo. V pag. 2470
[2] P. Godetti, La rivoluzione liberale, Einaudi, Torino 1964 pag. 59
[3] P. Pellizzetti e G. Vetritto, Italia disorganizzata, Dedalo, Bari 2006
[4] ivi pag. 38
[5] J. M. Keynes, discorso radiofonico del 14 marzo 1932 in come uscire dalla crisi, Laterza, Bari 2004 pag. 59

La crisi al Sud e la retorica degli sprechi

I luoghi comuni sul mezzogiorno italiano sono duri a morire. Ma una analisi attenta dei dati indica che non è vero che il Sud è inondato di risorse pubbliche e che l’incidenza dell’evasione fiscale è più alta al Nord. Il mezzogiorno è in realtà vittima della crescente concentrazione geografica del capitale e delle devastanti politiche di austerità.

di Guglielmo Forges Davanzati

Gli ultimi rapporti SVIMEZ fanno registrare un declino dell’economia meridionale che appare, allo stato dei fatti, pressoché inarrestabile, con un’evidenza empirica che molto assomiglia a un bollettino di guerra. Nel 2012, le regioni meridionali nel loro complesso hanno subìto una contrazione del PIL nell’ordine del -3,2%, superiore di oltre un punto percentuale rispetto al resto del Paese. Il 2012 è stato il quinto anno consecutivo in cui il tasso di crescita nel Sud è risultato negativo: dal 2007 si è ridotto di oltre il 10%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord. Ciò a ragione della caduta dei consumi delle famiglie (-4,2% al Sud, a fronte del -2,8% al Centro-Nord), del crollo degli investimenti (-11% circa, a fronte del -5,4% al Centro-Nord), della riduzione delle esportazioni – soprattutto quelle indirizzate ai Paesi dell’Unione Monetaria Europea – e, non da ultimo, della riduzione della spesa pubblica. La spesa in conto capitale della pubblica amministrazione, a fronte di un obiettivo dichiarato del 45% sul totale nazionale, si è ridotta dal 40,4% nel 2001 al 35,4% nel 2007, giungendo al minimo storico del 31,1% nel 2011. Quest’ultimo dato è significativo giacché smentisce, con ogni evidenza, la visione dominante secondo la quale il Sud è inondato da risorse pubbliche.

SVIMEZ registra anche che, nel 2013, a fronte di una previsione di riduzione del PIL nazionale nell’ordine dell’1,9%, il Mezzogiorno farà registrare una caduta del prodotto interno lordo pari al 2,5% contro il -1,7% del Centro-Nord. Le previsioni più ottimistiche indicano che, a fronte, di un modesto aumento del tasso di crescita in Italia nel 2014 (+0,7%), esso dovrebbe risultare nullo per il complesso delle regioni meridionali.

E’ molto diffusa la convinzione stando alla quale l’arretratezza del Mezzogiorno dipende dalla sua scarsa dotazione di capitale sociale: elevata propensione alla corruzione, criminalità diffusa, scarsa attitudine al rispetto delle norme, elevata diffusione dell’evasione fiscale. Si tratta di tesi che non pienamente convincenti e comunque meno robuste di quanto si vuol far intendere. Per due ragioni:

1) Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, esistono al più tentativi di misurazione del “capitale sociale”. In assenza di una sua misurazione oggettiva, è sostanzialmente impossibile – se non per pura congettura – stabilire che il Mezzogiorno ha una bassa dotazione di capitale sociale ed ancor più difficile è stabilire una correlazione fra capitale sociale e crescita. Inoltre, se anche la tesi dominante fosse vera, risulterebbe molto arduo stabilire in quale direzione si muove il nesso di causalità: se, cioè, è il capitale sociale un prerequisito per la crescita o viceversa. Vi è di più. In quanto categoria per sua natura disomogenea, il capitale sociale non si presta neppure a una definizione univoca.

2) Su fonte Banca d’Italia, si calcola che a fronte del fatto che, al Nord, in media, l’evasione fiscale e contributiva ammonta a circa 2500 euro pro-capite, nel Mezzogiorno l’imposto si assesta, su base annua, a circa 900 euro a testa. In termini percentuali, il tasso di evasione è del 14,8 al Nord e del 7,9 per cento al Sud. L’obiezione secondo la quale al Sud si evade meno perché il reddito pro-capite è più basso può essere ribaltata stabilendo che ci si aspetterebbe semmai maggiore evasione proprio dove i redditi sono più bassi. Né vale l’ulteriore obiezione secondo la quale l’evasione fiscale è relativamente bassa nel Mezzogiorno perché è maggiore l’occupazione nel pubblico impiego. E’ un’obiezione smentita dagli ultimi dati prodotti dalla Ragioneria Generale dello Stato, secondo la quale la maggiore incidenza dell’occupazione pubblica, fra le regioni italiane, si ha in Lombardia e in tutte le regioni meridionali il numero di occupati nella pubblica amministrazione è inferiore a quella del Centro-Nord. Incidentalmente, viene anche rilevato che, nelle regioni meridionali, è maggiore l’occupazione precaria nel settore pubblico.

Il crescente impoverimento del Mezzogiorno può essere fondamentalmente imputato a due cause.

a) Vi è innanzitutto da considerare un meccanismo spontaneamente generato da un’economia di mercato deregolamentata, che ha a che vedere con quelli che vengono definiti effetti di causazione cumulativa. In altri termini, data una condizione iniziale di concentrazione dei capitali in determinate aree, i capitali collocati nelle aree periferiche trovano conveniente spostarsi in aree nelle quali – attraverso l’operare di economie di agglomerazione e di economie di scala (per le quali al crescere della quantità prodotta si riducono i costi di produzione) – possono ottenere maggiori profitti, perché è più alta la produttività del lavoro. Evidentemente, possono più facilmente migrare imprese di grandi dimensioni che, peraltro, trovano conveniente farlo in quanto competono innovando, e, per farlo, hanno bisogno di operare in ambienti nei quali sussistono le condizioni più favorevoli per generare flussi di innovazione: facile accesso al credito, esistenza di esternalità positive derivanti dall’attività di ricerca attuata da imprese già presenti in loco, presenza di Istituti di ricerca scientifica, ampia disponibilità di manodopera qualificata. Questa dinamica determina crescenti divergenze regionali: in alcune aree si producono beni ad alta intensità tecnologica, nelle aree periferiche (Mezzogiorno incluso) le imprese – di norma di piccole dimensioni e poco esposte alla concorrenza internazionale – competono mediante compressione dei costi, e dei salari in primo luogo. La crescente concentrazione geografica dei capitali si associa a crescenti flussi migratori, che interessano prevalentemente giovani con elevato livello di istruzione. In tal senso, la ripresa dei flussi migratori dal Mezzogiorno è da leggersi come un trasferimento netto di produttività verso le aree centrali dello sviluppo capitalistico.

b) Negli ultimi anni, il fenomeno è stato accentuato dalle politiche di austerità. La riduzione della spesa pubblica (soprattutto nel Mezzogiorno) e l’aumento dell’imposizione fiscale su famiglie e imprese hanno ristretto i mercati di sbocco, generando riduzione dei profitti e fallimenti. L’aumento del tasso di disoccupazione e la riduzione dei salari sono state le ovvie conseguenze di queste scelte.

L’inversione di rotta – come, peraltro, invocato da SVIMEZ – richiederebbe ingenti investimenti pubblici nelle aree meridionali, ovvero fare politica industriale (si osservi che la minore divergenza del PIL pro-capite fra Nord e Sud si è avuta negli anni nei quali era operativa la vituperata “Cassa del Mezzogiorno”). E’ difficile aspettarsi che i soli flussi turistici – peraltro localizzati in poche aree del Mezzogiorno e, per loro natura, estremamente volatili – possano, da soli, contribuire significativamente a ridurre il dualismo.

(20 settembre 2013)

Scintille di delirio per il Sud

Articolo di Franco Arminio
Vito Teti. Maledetto Sud

Non amo i libri che parlano del Sud per grandi astrazioni. I libri sulla questione meridionale hanno molto spesso questo difetto, libri che parlano del Sud raccontato in altri libri, i quali prendono le mosse da altri libri sul Sud e così via.

 

Il libro di Vito TetiMaledetto Sud (Einaudi), pur essendo un libro che propone un’analisi generale del Sud, riesce ad avere un bell’equilibrio tra la riflessione generale e i casi particolari. Teti vive e lavora in Calabria e ha scritto un libro che unisce l’infiammazione della residenza e la distanza di un professore colto e attento.
Forse un libro come questo si sarebbe potuto chiamare anche Maledetta Calabria. In Italia, prima ancora che un problema meridionale, esiste un problema calabrese. Reggio Calabria è molto lontana da Lecce. E Vibo Valentia non è come Matera. Al Nord dell’Italia c’è un’idea standard del Sud ed è un’idea che ha influenzato enormemente la percezione di se stessi dei meridionali. Teti ovviamente si lamenta di questa situazione, ma si lamenta anche dello stereotipo di segno opposto, quello che parla di un Sud ricco e glorioso, vittima delle angherie dello Stato piemontese.

 

 

Il suo libro è utilissimo, anche perché il professore non procede per slogan giornalistici ma argomenta con rigore le sue affermazioni. Allora questo libro confligge con chi esalta troppo il Sud e con chi troppo lo detesta. E lo fa con un lingua affabile, lontana da semplificazioni e tecnicismi. Alla fine della lettura viene fuori la convinzione che i luoghi del Sud hanno bisogno di intimità e lontananza. Catanzaro non si salva da Roma o da Milano e non si salva neppure facendo appello alle sole energie locali. Ci vuole una visione che unisca scrupolo e utopia, gli ambulanti del futuro e i nostalgici del passato. Il punto di forza della posizione di Teti è proprio questo suo rifuggire le analisi a effetto, il suo paziente attenersi alle scene reali che il Sud e specialmente la Calabria offrono a chi non ha ansie preordinate di denuncia o di compiacimento.

 

La verità è che il Sud è bipolare, sta guarendo e sta morendo, esalta e avvilisce. Chi sta nelle regioni meridionali ogni giorno è sulle montagne russe, ogni giornata è una cronaca di inadempienze, di paesaggi non valorizzati, di energie che deperiscono. Non volendo, forse in qualche punto del suo libro Teti sembra più severo contro gli entusiasti cantori di una rinascita meridionale che non contro gli scoraggiatori militanti sempre attivi in ogni contrada. È un punto su cui sarebbe utile una discussione e non solo tra meridionali. Forse questo libro poteva avere anche un altro titolo: Maledetta Italia, e perfino Maledetto Mondo.

 

Non bisogna mai dimenticare che il Sud vero oggi è più sotto, è sull’altra sponda del Mediterraneo, e ancora più giù dove dilaga il suddissimo del terzo mondo. La cosa interessante dell’Italia meridionale in questo momento storico è che in fondo non appartiene né all’Europa né al suddissimo. È un luogo di frontiera, un luogo di frizione tra lo sfinimento della ricchezza e quello della povertà. Ecco, siamo ricchi e poveri, abbiamo modernità e arcaismo. E proprio questo ultimo aspetto meriterebbe studi approfonditi. Quando una volta si studiavano riti e superstizioni della mente contadina lo si faceva con l’idea che fosse un mondo in via di sparizione. Oggi ci siamo accorti che la mente digitale ha più vicinanze con la mente contadina di quante ne abbia la mente storicista, basata sulla logica causa effetto.

 

Forse il problema non è quello che accade tra Nord e Sud dell’Italia ma tra Nord e Sud del mondo. Non ha senso dirci che il Nord ci ha negato lo sviluppo, quanto capire che questo sviluppo si è rivelato venefico e che occorre assolutamente trovare un altro modo di stare al mondo, un modo in cui il sogno e la ragione lavorino assieme. Da questo punto di vista il Sud Italia sembra in realtà un luogo dove si può fondare qualcosa di realmente nuovo, per l’Italia e per il mondo. Non so, non l’ho capito se Teti possiede questa fiducia, questo slancio. È come se il suo approccio mancasse di quel pizzico di delirio che oggi serve alla teoria e alla prassi delle classi dirigenti politiche e intellettuali. Non è un rimprovero. Non si può chiedere tutto a una sola persona. Teti sta facendo benissimo il suo lavoro. Spero che in futuro trovino spazio tanti giovani intellettuali meridionali, tanti focolai di  poesia e impegno civile che si stanno accendendo grazie a qualche scintilla di delirio.

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Nel Mezzogiorno, e specialmente in alcune aree, la criminalità organizzata rappresenta un fortissimo vincolo agli investimenti e al libero svolgimento dell’attività d’impresa. Sin dai primi anni post-unitari, clientelismo politico e corruzione sono stati indicati come fenomeni diffusi, in grado di distorcere l’allocazione delle risorse pubbliche. Familismo amorale, scarsità di relazioni fiduciarie, di reti di cooperazione, hanno storicamente caratterizzato le regioni meridionali.

Si dice che il Sud manca il «capitale sociale». Ma cos’è esattamente, e come si misura, il capitale sociale? Generalmente, il capitale sociale viene definito come un bene relazionale con particolare riferimento alle relazioni di tipo fiduciario e cooperativistico[1]. Per misurare la «dotazione» di capitale sociale sono stati utilizzati diversi indicatori: numero di donatori di sangue, partecipazione elettorale, numero di associazioni o cooperative, grado di fiducia intersoggettiva (desunto da sondaggi), tassi di litigiosità e criminalità e altri indicatori semplici o compositi. Come è stato osservato, l’enorme successo del concetto di capitale sociale si deve anche al fatto che nessuna scienza sociale è riuscita a darne una definizione precisa[2].

L’esistenza di un legame tra fattori socio-istituzionali e sviluppo economico è, comunque, sostenuto da un’ampia letteratura internazionale. Se il legame è accertato, la spiegazione del perché questi fattori differiscano tra nazioni e regioni, e come concretamente influenzino lo sviluppo economico di lungo periodo appare, però, non del tutto convincente.

Per quali ragioni i meridionali difettano di senso civico? Esiste una qualche loro connaturata propensione a violare le leggi? La mancanza di fiducia o di cooperazione è, forse, insita nell’indole meridionale?

Le risposte a queste domande sono riconducibili a due possibili ordini di cause.

Le storiche: le istituzioni e la cultura persistono nel tempo, e le modalità comportamentali si trasmettono attraverso i secoli e le generazioni. Carenze istituzionali e sociali hanno le radici nella storia del Sud: l’antico assetto latifondistico; la dominazione normanna; il regno borbonico; la mancanza di forme di autogoverno locale nel Medioevo, l’assenza di vescovi nell’anno 1000 e di città con origini etrusche[3].

Le antropologiche: i comportamenti degli italiani del Sud differiscono da quelli degli italiani del Nord a causa di differenze genetiche: a causa di antiche mescolanze con popolazioni africane e mediorientali, i meridionali hanno un quoziente d’intelligenza minore dei settentrionali[4]. Una tesi scandalosa.

Se fosse così l’arretratezza del Sud sarebbe un ineluttabile destino. Ma è davvero così?

Per decenni, sin dall’Unità nazionale, Abruzzo e Basilicata sono state tra le regioni più povere del Paese. Nel 1951, il loro Pil pro capite era, rispettivamente, il 60 e il 50% di quello medio italiano. Del resto, si tratta di due regioni che non hanno avuto “città-stato” medievali, né esiste alcuna testimonianza della presenza etrusca nei loro confini. Fu in Basilicata che, negli anni ’50, un giovane Edward Banfield coniò la categoria di «familismo amorale». Le stime mostrano come, nel 1871, Abruzzo e Basilicata avessero la dotazione di capitale sociale più bassa d’Italia[5], con tassi di scolarità bassissimi. Erano sì regioni povere ma, come Sardegna, Molise e (fino a pochi decenni fa) Puglia, non presentavano forme storicamente radicate di criminalità organizzata.

Ammettiamo che vi sia prova delle carenze nel capitale sociale e del familismo amorale. Tuttavia, Abruzzo e Basilicata − e analogo ragionamento potrebbe essere fatto per il Molise − hanno in parte colmato la loro condizione di ritardo. Certo, sono ancora relativamente meno avanzate di altre regioni. Oggi, tuttavia, il reddito pro capite dell’Abruzzo è l’84 % di quello medio nazionale, mentre quello della Basilicata il 70 %. Quanto al capitale sociale, è andata ancora meglio: la dotazione dell’Abruzzo è superiore alla media nazionale, e non dissimile da quella della Liguria e del Piemonte, mentre quella della Basilicata, di poco inferiore alla media, è simile a quella del Lazio.

In passato, anche il Veneto era una regione in ritardo di sviluppo. È noto: alla fine dell’Ottocento, dal Veneto partirono le prime grandi ondate migratorie transoceaniche e, fino agli anni del miracolo economico, l’emigrazione veneta verso le città industriali del Nord Ovest fu consistente. A differenza dell’Abruzzo e Basilicata, il Veneto conobbe l’esperienza dei comuni medioevali. Come l’Abruzzo, non ha avuto forme di criminalità organizzata, ma in compenso presentava carenze nel capitale sociale. Secondo le stime, nel 1871, la sua dotazione di capitale sociale era inferiore a quella di Puglia e Sicilia e non dissimile da quella della Sardegna del «codice barbaricino». Eppure, ciò sembra non aver avuto alcun effetto sulla crescita economica. Dagli anni sessanta, uno spettacolare sviluppo industriale ha reso il Veneto una tra le regioni tra più sviluppate d’Europa.

Fuori dai confini nazionali esistono dei divari che, in molti casi, hanno un’entità maggiore di quella riscontrabile oggi in Italia. Utilizzando, per semplicità, la classificazione NUTS 2, si osserva come la differenza nel Pil pro capite tra Amburgo e Meclemburgo-Pomerania A. sia, oggi, di 60 punti percentuali, quella tra Catalogna e Andalusia di 35 punti, per non parlare dei drammatici divari interni esistenti in Grecia o in Romania, Polonia, Bulgaria.

C’è chi ha sostenuto che la causa di tali divari sia un deficit di capitale sociale, una carenza istituzionale, una diversità culturale. Ma siccome le storie di queste regioni – e, tanto per rimanere in tema, i caratteri culturali e “antropologici” e “genetici” delle popolazioni che ci vivono − sono differenti, sfugge quali possano essere le cause storiche, istituzionali dei loro deficit di capitale sociale. Assenza di città-stato? Latifondi? Dominazioni di tipo ispano-borbonico? Assenza di vescovi nell’anno 1000 o di insediamenti etruschi?

È più opportuno concentrarsi sugli aspetti economici che accomunano le regioni in ritardo. Come mostrano recenti ricerche, l’evoluzione delle ineguaglianze regionali è strettamente legata al processo d’industrializzazione[6]: in una prima fase dello sviluppo nazionale, l’industria tende a concentrarsi in alcune aree che godono di un qualche vantaggio iniziale. Queste aree attraggono lavoro, capitale e altre industrie, che traggono vantaggi dall’agglomerazione geografica, in un processo cumulativo. Nel paese, il reddito medio cresce, ma anche i divari regionali aumentano. In una fase successiva, possono agire forze centrifughe che favoriscono la diffusione geografica delle attività economiche: l’industrializzazione si diffonde e le regioni convergono. L’esito finale non è, tuttavia, scontato. L’esperienza mostra come sia l’ineguaglianza, non l’uguaglianza, a caratterizzare la distribuzione regionale delle attività economiche e del reddito.

Come osservò J. Williamson in un pioneristico articolo, e come evidenziato da un recente studio della Banca Mondiale, l’andamento dei divari regionali presenta tipicamente una forma ad U rovesciata, legata al grado di concentrazione geografica delle attività economiche[7]. Questo andamento caratterizza, con alcune specificità, le traiettorie di sviluppo di molti paesi. Il grado di concentrazione industriale (misurato dall’occupazione nell’industria a livello regionale) e l’evoluzione dei divari regionali mostrano, anche in Italia, un andamento molto simile[8].

Concentrazione industriale e divari regionali

Concentrazione industriale e divari regionali

Nota: Il grado di concentrazione è misurato dall’indice Ellison-Glaeser considerando l’occupazione industriale regionale; i divari sono misurati dalla deviazione standard del Pil pro capite regionale rispetto all’indice Italia = 1. Fonte: Daniele, V., Malanima, P. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research (2013).

 

In alcuni casi, il processo di divergenza/convergenza può modificare la graduatoria regionale dei redditi: regioni più avanzate possono retrocedere; altre in ritardo prendere il loro posto. Nel 1891, il Pil pro capite della provincia belga di Hainaut era il 136 % della media nazionale, quello di Anversa il 91%. Oggi, la situazione si è invertita: il reddito pro capite di Hainaut è il 61 di quello belga, quello di Anversa il 117 %[9]. Sembra difficile che il capitale sociale possa aver avuto un ruolo in questi cambiamenti. Così come sembra difficile che il capitale sociale possa spiegare le fasi di convergenza regionale, inclusa quella verificatasi in Italia negli anni Sessanta del secolo scorso.

In una prospettiva di lungo periodo, lo sviluppo economico regionale appare influenzato da forze economiche fondamentali. La localizzazione industriale è determinata dalla dimensione e dall’accessibilità dei mercati, da differenziali di costo, dalla disponibilità di risorse naturali[10]. E’ vero che, nella complessità del mondo reale, anche altri fattori possono imprimere un vantaggio a un’area: le politiche economiche possono incentivare la localizzazione industriale; le infrastrutture migliorare l’accesso ai mercati e ridurre i costi di trasporto; la qualità del capitale umano favorire l’innovazione; la criminalità scoraggiare gli investimenti.

Gli studi sul nesso tra capitale sociale e sviluppo economico regionale e nazionale sono ormai innumerevoli. Naturalmente, l’impatto che il capitale sociale ha avuto sulla formazione dei divari regionali italiani merita di essere indagato. Non solo per la sua potenziale capacità euristica, ma anche per fugare il dubbio che il concetto di capitale sociale non sia «l’equivalente intellettuale di una bolla finanziaria»[11].

Vittorio Daniele, Università Magna Graecia di Catanzaro

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-scarsita-di-capitale-sociale-non-spiega-il-ritardo-del-sud/#.UzhPhPl_uSo

[1] Per una rassegna delle definizioni e per alcune applicazioni al caso italiano si vedano, tra gli altri, Pedrana M., 2012. Le dimensioni del capitale sociale. Un’analisi regionale. Giappichelli. Sabatini, F. 2009. Il capitale sociale nelle regioni italiane: un’analisi comparata. Rivista di Politica Economica 99 (2), 167-220.
[2] Durlauf S. N., Fafchamps M., 2004. Social Capital, CSAE Working Paper Series 2004-14, Centre for the Study of African Economies, University of Oxford.
[3] Putnam R., 1994. La tradizione civica nelle regioni italiane. Mondadori, Milano. Banfield E. C., 1976. Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna. Guiso L., Sapienza, P., Zingales, L., 2008. Long-term Persistence. NBER Working Paper n. 14278.
[4] Per l’antropologia, i riferimenti sono a Lombroso, Niceforo, Sergi. Si veda: Teti V. 2011. La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale. Manifestolibri 2011. Sull’ipotesi genetica: Lynn, R., 2010. In Italy, North–South differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy. Intelligence 38, 93–100. Per una critica: Daniele V., Malanima P., 2011. Are people in the South less intelligent than in the North? IQ and the North–South disparity in Italy, The Journal of Socio-Economics, Volume 40, 6, 844-852. Una lucida analisi sul ruolo dei fattori sociali nello sviluppo del Sud è contenuta in: Viesti G., 2013. “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” Falso!. Laterza, Roma-Bari.
[5] Si veda Felice E., 2012. Regional convergence in Italy, 1891–2001: testing human and social capital. Cliometrica, 6(3), Page 267-306. Dati dettagliati sono contenuti in: Nuzzo G., 2006. Un secolo di statistiche sociali: persistenza o convergenza tra le regioni italiane? Banca d’Italia, Quaderni dell’ufficio ricerche storiche, n. 11.
[6] Badia-Miró, M., Guilera J., Lains, P. 2012. Regional incomes in Portugal: industrialisation, integration and inequality, 1890-1980. Revista de Historia Económica 30(2), 225-44. Combes, P. P., Lafourcade, M., Thisse, J-F., Toutain, J.-C., 2011. The rise and fall of spatial inequalities in France: A long-run perspective. Explorations in Economic History 48 (2), 243-271. Enflo K., Ramón-Rosés, J. 2012. Coping with regional inequality in Sweden: structural change, migrations and policy, 1860-2000. European Historical Economics Society (EHES), Working paper, n. 29. Kim, S., 1998. Economic Integration and Convergence: U.S. Regions, 1840-1987.  Journal of Economic History 58 (3), 659-83. Rosés, J. R., Martínez-Galarraga, J., Tirado, D. A., 2010. The Upswing of Regional Income Inequality in Spain (1860-1930). Explorations in Economic History 47 (2), 244-257.
[7] Williamson, J. G., 1965. Regional Inequality and the Process of National Development; a Description of the Patterns. Economic Development and Cultural Change 13 (4), 3-84. World Bank, 2009. Reshaping Economic Geography, World Development Report, World Bank: Washington.
[8] Daniele, V., Malanima, P., 2011. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011. Rubbettino, Soveria Mannelli. Daniele, V., Malanima, P. 2013. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research.
[9] Buyst, E., 2011. Continuity and change in regional disparities in Belgium during the twentieth century. Journal of Historical Geography 37 (3), 329-37.
[10] Krugman, P., 1991. Increasing Returns and Economic Geography. The Journal of Political Economy 99 (3), 483-99.
[11] Durlauf S. N., 1999. The case “against” social capital. University of Wisconsin-Madison, Institute for Research on Poverty, Focus, 20 (3), 1-5.

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Fernando Pessoa e l’ozio

“Dicono che il tedio è la malattia degli oziosi, o che attacca solo coloro che non hanno nulla da fare. Eppure questo malessere dell’anima è più sottile: più che i veri oziosi attacca coloro che hanno disposizione per essa e coloro che lavorano, o che fingono di lavorare (che nella fattispecie è lo stesso).

Non c’è nulla di peggio del contrasto fra lo splendore naturale della vita interiore, con le sue indie naturali e i suoi paesi sconosciuti, e la sordidezza, anche se in realtà non è sordida, della quotidianità della vita. Il tedio pesa di più quando non ha la scusa dell’ozio. Il tedio dei grandi indaffarati è il peggiore di tutti.

Il tedio non è la malattia della noia di non aver nulla da fare, ma una malattia maggiore: sentire che non vale la pena di fare alcunché. E poiché è così, quanto più c’è da fare, tanto più tedio bisogna sentire.

Quante volte sollevo la testa vuota del mondo intero dal registro sul quale sto scrivendo! Sarebbe meglio per me oziare, non fare nulla, senza aver nulla da fare, perché così assaporerei quel tedio, anche se reale. Nel mio tedio presente non c’è quiete né nobiltà, né il benessere del malessere: c’è un enorme annullamento di ogni gesto compiuto, e non una stanchezza virtuale dei gesti che non compirò.”

 Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine.

Luciano Gallino: «Il nostro nemico è la democrazia autoritaria»

Luciano Gallino

Luciano Gallino

di Mattia Ciampicacigli, intervista a Luciano Gallino per Il Manifesto

Per il sociologo Luciano Gallino l’economia neoliberista considera i procedimenti democratici come un ostacolo al mercato.

L’Europa di oggi sta scon­tando «un’involuzione auto­ri­ta­ria», ma è allo stesso una grande «dimen­sione poli­tica che non pos­siamo in alcun modo per­met­terci di affos­sare». Non ha dubbi Luciano Gal­lino, socio­logo all’Università di Torino, tra i pro­mo­tori della lista di cit­ta­di­nanza “Un’altra Europa” a soste­gno della can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea in vista delle pros­sime ele­zioni euro­pee del 25 e 26 mag­gio. A fine 2013 è uscito il suo ultimo sag­gio Il colpo di Stato di ban­che e governi – l’attacco alla demo­cra­zia euro­pea.

Mat­teo Renzi, nella pre­fa­zione al sag­gio di Nor­berto Bob­bio sulla dif­fe­renza tra destra e sini­stra, teo­rizza la scom­parsa delle iden­tità col­let­tive. È pen­sa­bile ancora una demo­cra­zia in una società così fram­men­tata? 

Cer­ta­mente sì, se ancora lo si vuole vera­mente. La demo­cra­zia teo­riz­zata e rea­liz­zata dai neo­li­be­rali è una cat­tiva imi­ta­zione della demo­cra­zia. I popoli euro­pei sono stati ingan­nati dai loro governi. È man­cata una spie­ga­zione intel­let­tual­mente one­sta della crisi, delle sue cause pro­fonde. Gli eco­no­mi­sti ci hanno lasciato solo con­cetti palu­dati di for­mule, incom­pren­si­bili ai più. Credo si pos­sano tut­ta­via pen­sare nuove forme di demo­cra­zia diretta, non fosse altro per il fatto che quella rap­pre­sen­ta­tiva non gode dav­vero di buona salute. Biso­gne­rebbe però ope­rare su più livelli. A livello di Unione euro­pea, il Par­la­mento è l’unico organo che attual­mente eleg­giamo. Quest’ultimo però, pur dispo­nendo del potere di veto, tende a non uti­liz­zarlo a suf­fi­cienza e conta ancora dav­vero poco. Serve dun­que una demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva più strutturata.

In Ita­lia le ban­che sono circa 700. Lei è tra i sei intel­let­tuali pro­mo­tori di una lista di cit­ta­di­nanza in soste­gno alla can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea. Può essere l’inizio di un pro­cesso per far nascere dav­vero un’altra Europa? 

Mi auguro dav­vero sia così. I primi segnali sono stati inco­rag­gianti, segno di una sor­pren­dente revi­vi­scenza del pro­cesso demo­cra­tico. Ora però ini­zia la fase più dif­fi­cile. Si tratta di rac­co­gliere nelle pros­sime set­ti­mane 150 mila firme e avremo biso­gno di un impe­gno dif­fuso sul ter­ri­to­rio. La can­di­da­tura di Tsi­pras ha il merito di ripor­tare la nostra atten­zione al nesso tra crisi eco­no­mica e crisi della demo­cra­zia. E di farlo ponendo dinanzi ai nostri occhi un esem­pio con­creto come la Gre­cia, che meglio rap­pre­senta il dramma del fal­li­mento delle poli­ti­che di auste­rità. Dove, secondo l’ultimo rap­porto della rivi­sta di medi­cina Lan­cet, molte fami­glie non hanno più nem­meno i soldi per curare i pro­pri bam­bini. Dob­biamo esserne con­sa­pe­voli, ciò che è suc­cesso ad Atene potrebbe avve­nire anche in altri paesi dell’area euro­me­di­ter­ra­nea. Que­sti sono i costi di una demo­cra­zia auto­ri­ta­ria affi­data alle tec­no­cra­zie. L’Europa è una grande dimen­sione poli­tica, che non pos­siamo per­met­terci in alcun modo di affos­sare. Dob­biamo recu­pe­rarne l’originario spi­rito fede­ra­li­sta e pre­ten­dere che si svi­luppi su ben altre diret­trici. Baste­rebbe far appli­care alcuni dei prin­cipi san­citi nei Trat­tati fon­da­tivi che riman­dano alla par­te­ci­pa­zione diretta e rav­vi­ci­nata dei cit­ta­dini alle scelte poli­ti­che dell’Unione. Buoni pro­po­siti, rima­sti finora inap­pli­cati.

Crede sia pos­si­bile un’interlocuzione con le forze poli­ti­che social­de­mo­cra­ti­che che paiono aver smar­rito la pro­pria mis­sione ori­gi­na­ria?

Quella che oggi si chiama social­de­mo­cra­zia farebbe rivol­tare nella tomba non pochi dei suoi illu­stri espo­nenti del pas­sato. Se penso a quella tede­sca, non dimen­tico che nella seconda metà del secolo scorso si è dimo­strata in grado di intro­durre grandi inno­va­zioni in senso pro­gres­si­sta. Poi però è arri­vata l’Agenda 2010 e l’influenza del pen­siero eco­no­mico neo­li­be­rale ha preso il soprav­vento. Nei primi anni due­mila sono state appro­vate leggi che ave­vano come unico obiet­tivo quello di ridi­men­sio­nare i capi­toli prin­ci­pali della spesa sociale, così come sono state adot­tate poli­ti­che attive del lavoro che par­ti­vano dal pre­sup­po­sto secondo il quale se qual­cuno era disoc­cu­pato lo era per pro­pria respon­sa­bi­lità. Gli effetti sono stati quelli di una dra­stica seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tede­sco e una forte mode­ra­zione sala­riale. Oggi in Ger­ma­nia si con­tano 7,3 milioni di cosid­detti mini-jobbers che lavo­rano 15 ore alla set­ti­mana per gua­da­gnare450 euro al mese e solo i più for­tu­nati rie­scono a som­mare più lavori. Altri 7,5 milioni di lavo­ra­tori hanno sì un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato ma lavo­rano per meno di 6 euro all’ora. Baste­reb­bero que­sti dati a farci capire che negli ultimi due decenni i social­de­mo­cra­tici in realtà hanno smesso di tute­lare i più deboli.

Cosa pensa della can­di­da­tura di Mar­tin Schulz?

Ho letto che si è detto con­tra­rio alle moda­lità con cui si sta costruendo l’Unione ban­ca­ria e qual­che giorno fa la Com­mis­sione affari eco­no­mici di Stra­sburgo ha appro­vato una mozione su que­sto. Non solo, la stessa com­mis­sione ha appro­vato anche una riso­lu­zione che chiede la costi­tu­zione di un Fondo mone­ta­rio euro­peo che rim­piazzi la Troika. Mi sem­bra si tratti di deci­sioni in con­tro­ten­denza rispetto agli orien­ta­menti dell’attuale mini­stro dell’Economia tede­sco, Wol­fang Schäu­ble, con il quale la Spd governa. Fatti non tra­scu­ra­bili, ma ancora insuf­fi­cienti.

Nel suo ultimo libro ha teo­riz­zato un «colpo di stato» da parte di ban­che e governi.

Ci sono molti studi che arri­vano a que­sta con­clu­sione. Si parla in un’involuzione auto­ri­ta­ria in cui deci­sioni di grande impor­tanza, in que­sti anni, sono state prese da un numero ristretto di tec­nici. Ciò che è avve­nuto ricalca quello che la teo­ria poli­tica defi­ni­sce a tutti gli effetti un «colpo di Stato», dove parti dello Stato che non ne avreb­bero il diritto si arro­gano poteri fon­da­men­tali atti­nenti alla sovra­nità costi­tu­zio­nale dello Stato mede­simo. Il sistema finan­zia­rio ha preso il potere, in nome di una pre­sunta ecce­zio­na­lità, impo­nen­dosi ai governi nazio­nali e alla poli­tica.

Pos­siamo imma­gi­nare nuove forme di demo­cra­zia a livello locale da cui ripar­tire?

Un ter­reno potrebbe essere quello della lotta alle pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi di pub­blica uti­lità. Molte ana­lisi ormai lo affer­mano senza alcun timore di sorta: sono ope­ra­zioni inef­fi­cienti dal punto di vista eco­no­mico. Come soste­neva Han­nah Arendt, la demo­cra­zia senza par­te­ci­pa­zione non conta niente. Quello che conta mag­gior­mente è il luogo demo­cra­tico dove si forma l’agenda poli­tica di una comu­nità, sia essa un comune, una regione, una nazione o un con­ti­nente. Pen­sando agli enti locali di mag­gior pros­si­mità, ci vor­reb­bero dei con­si­gli comu­nali dove il primo obiet­tivo fosse quello di favore la discus­sione, il con­fronto aperto tra visioni diverse della società. Luo­ghi dove estra­po­lare e aggre­gare la cono­scenza locale. La que­stione di fondo però è che i cit­ta­dini orga­niz­zati danno fasti­dio e la velo­cità dei pro­cessi eco­no­mici con­si­dera i pro­ce­di­menti demo­cra­tici più un osta­colo che un’opportunità. Stiamo assi­stendo dun­que a un’involuzione auto­ri­ta­ria. Non ci si può stu­pire allora che la can­cel­liera tede­sca Angela Mer­kel, ma anche Van Rom­puy e Olli Rehn, auspi­chino una demo­cra­zia «mar­ket conform».

 

Fonte: http://www.listatsipras.eu/blog/item/391-gallino-il-nostro-nemico-e-la-democrazia-autoritaria.html

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Paul Lafargue e l’ozio. Un dogma disastroso

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie . Invece di reagire contro questa aberrazione mentale i preti, gli economisti, i moralisti, hanno sacro-santificato il lavoro. Uomini ciechi e ottusi, hanno voluto essere più saggi del loro Dio, uomini deboli e spregevoli hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva male detto. Io che non mi proclamo cristiano, economo e morale , rimetto il loro giudizio a quello del loro Dio, le prediche della loro morale religiosa, economica, di liberi pensatori, le rimetto alle conseguenze spaventose del lavoro nella società capitalista.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale , di tutta la deformazione organica. Paragonate il cavallo purosangue delle scuderie di Rothschild servito da uno stuolo di bimani, con il pesante bruto delle fattorie normanne che ara la terra, trasporta il letame , ammucchia il raccolto. Osservate il nobile selvaggio che i missionari del commercio ed i commercianti della religione non hanno ancora corrotto con il cristianesimo, la sifilide ed il dogma del lavoro ed osservate successivamente i nostri miserabili servi delle macchine.Quando nella nostra Europa civilizzata vogliamo ritrovare una traccia della bellezza nativa dell’uomo, bisogna andarla a cercare nelle nazioni dove i pregiudizi economici non h anno ancora estirpato l’odio del lavoro. La Spagna, che ahimè sta degenerando, può ancora vantarsi di possedere meno fabbriche che noi di prigioni e di caserme . Ma l’artista si rallegra ammirando il fiero Andaluso bruno come le castagne , diritto e flessibile come un’asta d’acciaio. Il cuore dell’uomo sussulta sentendo il mendicante , superbamente avvolto nella sua capa bucata, dare dell’amigo ai duchi di Ossuna. Per lo Spagnolo presso il quale l’animale primitivo non è atrofizzato, il lavoro è la peggiore delle schiavitù. I Greci dell’epoca d’oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l’uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici e d i giochi d’intelligenza. Era anche il tempo in cui si camminava e respirava in mezzo agli Aristotele , ai Fidia, agli Aristofane; era il tempo in cui un pugno di coraggiosi schiacciava a Maratona le orde dell’Asia che Alessandro avrebbe presto conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di de gradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli Dei: O Meliboe , Deus nobis hæc otia fecit.

Cristo nel suo discorso della montagna, predicò la pigrizia: “Contemplate la crescita dei gigli nei campi, non lavorano né filano e tuttavia, io vi dico, Salomone in tutta la sua gloria, non è stato più splendidamente vestito“.
Geova, il dio barbuto e arcigno, dette ai suoi seguaci il supremo esempio della pigrizia ideale : dopo sei giorni di lavoro si riposò per l’eternità.

Invece quali sono le razze per le quali il lavoro è una necessità organica? Gli alverniati; gli scozzesi questi alverniati delle isole britanniche; i galiziani questi alverniati della Spagna; i pomerani, questi alverniati della Germania, i cinesi questi alverniati dell’Asia.

Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe , si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e m ai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.

E tuttavia il proletariato, la grande classe che abbraccia tutti i produttori della nazioni civilizzate , la classe che emancipandosi emanciperà l’umanità dal lavoro servile e farà dell’animale umano un essere libero, il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro.

Dura e terribile è stata la sua punizione . Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.

Paul Lafargue, Le droit à la paresse, 1883

Paul Lafargue (Santiago di Cuba, 15 gennaio 1842 – Draveil, 26 novembre 1911) è stato un rivoluzionario, giornalista, scrittore, saggista e critico letterario francese, di ispirazione comunista.